La società commissionaria italiana, facente parte di un gruppo internazionale, può difendersi da un accertamento
sul transfer pricing invocando la congruità agli studi di settore in base a quanto delineato dal programma di
determinazione dei ricavi, Gerico.

È questa la decisione contenuta nella sentenza n. 2961/2017 (depositata lo scorso 18 aprile) emessa dalla Commissione provinciale di Milano.

Accertamento sul transfer pricing

transfer pricingLa vicenda trae origine da un accertamento fiscale subìto da una Srl italiana, avente a oggetto le operazioni poste in essere tra quest’ultima e la consociata europea, per la quale la Srl agiva come agente commissionario, in forza di un contratto stipulato tra le parti.

La società contribuente, a fronte delle accuse dell’ufficio sulle percentuali di commissione applicate intercompany (ipotizzate più basse del valore di mercato) ha eccepito innanzi tutto l’inesistenza dei rischi tipici delle società distributrici, ovvero il rischio magazzino ed il rischio crediti.

L’inesistenza di tali rischi, secondo la società, confermava la bontà di una percentuale di commissione ridotta rispetto a quella applicabile da parte di normali società distributrici (che assumono invece tali rischi).

Inoltre, veniva precisato che la stessa società risultava congrua agli studi di settore, e che tale aspetto doveva essere considerato quale riprova della correttezza della commissione applicata.

Transfer pricing: metodo Tnmm

L’ufficio, ritenendo i metodi tradizionali inapplicabili al caso di specie per mancanza di transazioni comparabili, applicava il metodo Tnmm inserendo correttivi finalizzati a sterilizzare le differenze tra le società comparabili prese ad esame (distributrici che acquistano e vendono i beni) dalla società verificata (il cui conto economico evidenziava solo la commissione, non divenendo proprietaria dei beni compravenduti).

I giudici hanno valutato anche l’inesistenza di rischi da magazzino e di perdite su crediti

I giudici milanesi hanno concentrato l’attenzione sull’inesistenza di rischi da magazzino e di perdite su crediti,
prendendo atto della distinzione tra “distributore” e “agente”. Tale aspetto è sottolineato anche dalle linee guida
Ocse (luglio 2010) in tema di transfer pricing e in particolare dal parg. 1.47 (non richiamato esplicitamente nella
sentenza).

Gli stessi giudici si sono poi soffermati sull’applicazione degli studi di settore, osservando che l’ufficio aveva disatteso
la validità degli stessi, «per fondare i propri calcoli degli avvisi di accertamento, sulla metodologia dei prezzi di
trasferimento». Eppure – continua la Commissione – «le risultanze dello studio di settore davano ampia conferma della congruità dei ricavi realizzati dalla ricorrente rispetto al cluster di riferimento».
La Commissione è giunta quindi alla conclusione secondo cui «per l’attività di commissionario, così come delineato,
non trova spazio la teoria del transfer pricing, mentre ha valenza lo studio di settore relativo alla specifica attività
svolta».

L’inapplicabilità della metodologia da trasfer pricing è stata recentemente oggetto di altra sentenza della medesima
Ctp di Milano, la n. 5590/2016.
In tale sede i giudici hanno accolto il ricorso di una società italiana facente parte di un gruppo multinazionale, la quale risultava fungere da mero rivenditore nel mercato italiano, senza l’assunzione di alcun rischio, essendo previsto contrattualmente il diritto di addebitare alla casa madre i costi sostenuti, maggiorati da un mark-up.
Quanto poi all’attribuzione di un “valore superiore” delle risultanze degli studi di settore, rispetto all’applicazione
della metodologia da transfer pricing, si tratta di un principio interessante. A ben vedere, gli studi di settore basano il
loro funzionamento su campioni rappresentativi (leggasi: comparables) e pertanto, laddove l’assegnazione al cluster
di riferimento non fosse criticabile, ben dovrebbe l’agenzia delle Entrate considerare in primo luogo le risultanze
agli studi, soprattutto nei casi – come quello trattato – in cui non sia possibile utilizzare i metodi principi (Cup o,
per le distributrici, il resale price), deviando su un generalizzato Tnmm. Sarà interessante valutarne l’applicazione
alla luce dei nuovi indici di affidabilità, che sostituiranno gli studi di settore.