studi-di-settore-dipendenti-part-timeNiente studi di settore per la dipendente part-time che nel tempo libero esercita l’attività di disbrigo pratiche con mezzi “obsoleti”.

Con la sentenza n. 6114/2016, pubblicata ieri, la Sezione Tributaria della Corte di Cassazione ha riaffermato l’orientamento prevalente in tema di accertamento standardizzato mediante l’applicazione dei parametri e degli studi di settore, in particolare con riguardo alla motivazione dell’avviso di accertamento, la quale deve necessariamente tenere conto delle giustificazioni fornite dal contribuente – invitato al contraddittorio – per superare la presunzione di maggiori ricavi, non potendo la motivazione dell’avviso esaurirsi nel mero rilievo dello scostamento dei dati dichiarati, rispetto alla media di settore (o ai parametri). Il giudizio di legittimità è stato instaurato dall’Agenzia delle Entrate per chiedere l’annullamento della sentenza della Commissione Tributaria Regionale del Lazio (Sez. Staccata di Latina) che ha accolto l’impugnazione proposta da una contribuente, lavoratrice dipendente, che si è vista rettificare il reddito imponibile ai fini IVA, IRPEF e IRAP per il 1999, in considerazione dello svolgimento, nei ritagli di tempo, dell’attività di “richiesta certificati e disbrigo pratiche”. La contribuente, secondo la CTR, ha dimostrato di svolgere un lavoro dipendente part-time (al ricorso sono state allegate le buste paga) e che l’attività di “richiesta certificati e disbrigo pratiche” veniva esercitata solo nel tempo libero. Ebbene, secondo la Cassazione, la decisione del giudice dell’appello è immune dai vizi lamentati dalla difesa erariale e va perciò confermata. Essa, infatti, si conforma ai principi consolidati espressi dalla giurisprudenza di legittimità in tema di accertamento tributario standardizzato (su tutte: SU.UU. n. 26635/2009) “avendo postulato la necessità per l’amministrazione di offrire elementi di valutazione ulteriori rispetto a quello rappresentato dal mero scostamento dagli studi di settore, in presenza di emergenze istruttorie idonee a rappresentare una situazione reddituale ben diversa da quella presupposta dai parametri standard posti a fondamento dell’accertamento (quali il contestuale svolgimento di lavoro dipendente, sia pure part time; la vetustà e l’obsolescenza dei beni destinati all’esercizio dell’attività di lavoro autonomo)”. La Suprema Corte, dunque, rigetta il ricorso dell’Agenzia delle Entrate condannandola alle spese processuali del grado (2 mila euro, oltre accessori come per legge).

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