La Fondazione Studi dei consulenti del lavoro, con il parere numero 18, ha illustrato le condizioni che regolano l’accesso al nuovo regime di minimi per le imprese familiari.

In particolare, la Fondazione ha analizzato l’accesso ad un eventuale collaboratore che decida di intraprendere una propria attività, dopo aver prestato lavoro e/o collaborazione nell’impresa di famiglia.

Prima di vedere cos’ha specificato il parere, ricordiamo che il regime dei minimi 2012, il cosiddetto, regime dei superminimi, è stato introdotto lo scorso anno con il D.L. 98 e si riferisce alla persone fisiche che svolgono attività imprenditoriali, artistiche o professionali e può essere adottato solo nelle condizioni in cui prima di accedervi tali soggetti, nel triennio precedente, non abbiano già svolto le medesime attività anche in forma associata o familiare.

Detto ciò, il parere n. 18 dei consulenti del lavoro ha precisato che il collaboratore familiare, “qualora decidesse di porre fine al rapporto con l’impresa di famiglia e aprisse una propria partita Iva per attività imprenditoriale individuale, non può accedere regime fiscale di vantaggio per l’imprenditoria giovanile e i lavoratori in mobilità”.

Tale esclusione ricorre anche nel caso in cui la nuova attività non sia la medesima di quella svolta in seno alla famiglia.

La Fondazione, presieduta da Rosario De Luca, ritiene che l’impedimento si origina dal fatto che nei tre anni precedenti il soggetto ha comunque svolto un’attività imprenditoriale in forma associata: “in base al tenore letterale della norma che fa riferimento agli ‘anni’ e non a ‘periodi d’imposta’, il termine dei tre anni debba essere individuato ‘da data a data’ e dunque, trascorsi tre anni dalla cessazione del rapporto di collaborazione con l’impresa familiare, il familiare medesimo potrà iniziare una nuova attività nel regime dei superminimi”.

Tuttavia, qualora un soggetto che abbia svolto nel triennio precedente una propria attività imprenditoriale o di lavoro autonomo, venga coinvolto come collaboratore da un familiare, la situazione cambia. “In conformità a quanto già previsto nell’originario regime dei minimi è da ritenersi che nell’ipotesi di impresa familiare l’unico soggetto obbligato al calcolo e versamento dell’imposta (sostitutiva) dell’Irpef sia il titolare dell’impresa”.

L’imposta medesima – scrive la Fondazione – anche per la parte astrattamente di sua pertinenza, è versata dal titolare dell’impresa. In altre parole il collaboratore familiare non ha mai assunto la veste di ‘contribuente’, non avendo alcuna soggettività fiscale. In questo caso, dunque, è da ritenersi che nulla osti per l’imprenditore individuale ad accedere al regime dei superminimi associando il suddetto collaboratore familiare”.