la-guardia-di-finanza-puo-entrare-in-casaDetta in maniera molto “alla buona” e citando una domanda che spesso ricorre online, è a questo quesito che la Corte di Cassazione, con la sentenza numero 631 del 18 gennaio 2012, ha dato risposta. Stiamo parlando, naturalmente, ai fini dell’accertamento. E il principio stabilito da tale sentenza chiarisce che “è illegittima l’ispezione presso l’abitazione dell’amministratore della società se non sussistono gravi indizi di evasione”.
Veniamo al caso e specifichiamo il tutto per non creare falsi richiami e voci in Rete. Questo il caso: “L’Agenzia delle Entrate notifica ad una società alcuni avvisi di accertamento per Irpef, Ilor e Iva, relativi agli anni 1995 e 1996. La contribuente impugnava tali atti impositivi dinanzi alla Commissione Tributaria Provinciale. La stessa disattendeva i ricorsi proposti dalla contribuente. Tale decisione veniva, però, ribaltata in sede d’appello dalla Commissione Tributaria Regionale della medesima città. Avverso la pronuncia di secondo grado l’Ufficio ricorreva in Cassazione”.

La Commissione Tributaria Regionale sosteneva che: “la previa autorizzazione del Procuratore della Repubblica – condizionata all’esistenza di indizi gravi di violazioni tributarie – è soggetta a sindacato da parte del giudice tributario in ordine alla effettiva esistenza degli indizi stessi. Non essendo negli atti di causa la copia della nota con cui la GdF aveva chiesto al locale Procuratore della Repubblica l’autorizzazione all’accesso presso l’abitazione privata, non appariva possibile stabilire se i predetti indizi sussistessero effettivamente”.

Ecco perché, nel caso di specie, si doveva ritenere che l’accesso era stato effettuato illegittimamente, con la conseguenza dell’inutilizzabilità di tutta la documentazione in tale sede reperita, siccome dotata di valenza determinante ai fini della fondatezza della pretesa impositiva.

Il Supremo Collegio ha respinto il ricorso dell’Amministrazione finanziaria, sostenendo che: “in siffatta materia non può venire in questione la problematica del riparto dell’onere probatorio, vertendosi invece sul piano dei vizi cd. formali dell’atto impugnato, categoria nella quale va ascritto anche il vizio di invalidità del provvedimento autorizzativo, emesso dal PM – ai sensi dell’art. 52 comma 2 del Dpr n. 633/72 – in difetto di gravi indizi di violazione di norme tributarie, in quanto volto ad inficiare l’atto presupposto della verifica e dunque ad interrompere il necessario collegamento funzionale con l’atto terminale del procedimento impositivo, e che viene pertanto a configurarsi come vizio di invalidità del procedimento amministrativo idoneo a determinare l’annullamento per illegittimità derivata dell’atto consequenziale impugnato”.