Ieri il governo ha posto la fiducia sul Jobs Act. Il testo presentato prevede di allargare all’industria l’impiego dei voucher, i buoni lavoro fino ad oggi utilizzati per pagare colf, badanti e lavoratori agricoli stagionali.
Disponibili in diversi tagli, i buoni consentono di pagare il lavoratore senza dover stipulare nessun contratto. Si possono acquistare alle Poste o al tabacchino. Assicurano al lavoratore sia una copertura previdenziale che assicurativa. Su un buono di 10 euro il lavoratore intasca 7,50 euro di retribuzione.
Ci sono dei limiti: il lavoratore non può guadagnare più di 5.000 euro attraverso i voucher, mentre il datore di lavoro ha un tetto di 3.000 euro per ciascun lavoratore.
L’intento di estendere anche al settore industriale l’utilizzo dei buoni ha come scopo quelle di far emergere piccoli lavoretti saltuari oggi svolti a nero. Ma ciò può rilevarsi un arma a doppio taglio così come è successo in Germania.

I mini-job, così chiamati dal governo tedesco, sono stati introdotti nel 2005 per combattere la disoccupazione. I requisiti sono: non più di 10 ore di lavoro alla settimana o non più di 450 euro di retribuzione netta a settimana.
I risultati da un lato sono stati positivi. Il tasso di disoccupazione è sceso, ma dall’altro lato le aziende tedesche hanno iniziato ad abusare di tale meccanismo che offriva loro una bassa imposizione fiscale ed altissima flessibilità.

In Italia potrebbe innescarsi lo stesso meccanismo. Chi vieterebbe ad un azienda di sostituire il lavoro di un dipendente con più persone capaci di svolgere lo stesso lavoro? Non si prevedo limiti per le aziende sul numero totale di lavoratori che possono essere pagati con i buoni. Un datore di lavoro potrebbe occupare 10 o anche più lavoratori e pagarli tutti con i voucher senza sforare il tetto dei 3.000 euro a lavoratore.

Difficile fare dei controlli. Il datore di lavoro che acquista i buoni comunica le ore presunte di lavoro. Quando l’ispettore arriva, basta che il datore esibisca i voucher acquistati per essere in regola. Ma l’ispettore non può sapere il numero di ore lavorate, perché non esiste alcun registro.
Il vantaggio fiscale per le aziende è evidente ma lo è anche per i lavoratori perché tali redditi sono esenti da Irpef, con enormi danni per le casse dello Stato.