tfr-mensile-busta-pagaI Governi che si sono succeduti in passato, hanno cercato, più o meno efficacemente, di “aggredire” il tesoretto che le imprese custodiscono in termini di Trattamento di Fine Rapporto (TFR). Il tentativo più epocale é stato rappresentato dalla riforma del 2007 che, tuttavia, non ha sortito minimamente gli effetti desiderati. Il Governo attualmente in carica non è stato da meno tornando nuovamente all’assalto del TFR e ipotizzandone la smobilitazione e, di conseguenza, la corresponsione mensile nella busta paga dei lavoratori dipendenti.
Tuttavia, tale nuova previsione ha creato forti preoccupazioni poiché un’azione del genere determina inevitabilmente una pericolosa perdita di liquidità da parte delle imprese già messe a dura prova dalla crisi finanziaria che soffoca il mercato dal lontano 2008.

Inoltre, l’intervento previsto rischia di risultare dannoso anche per i lavoratori, poiché si tradurrebbe in una minore attenuazione degli effetti derivanti da una eventuale cessazione del rapporto di lavoro. Si ricorda infatti che il TFR è una forma di retribuzione differita, liquidata al momento della cessazione del rapporto di lavoro al lavoratore dipendente, a sostegno della perdita della capacità reddituale. In altre parole il TFR potrebbe essere definito come il “paracadute” che attenua temporaneamente la retribuzione persa a seguito della cessazione del rapporto di lavoro.
Appare pertanto evidente che, svuotando il “salvadanaio” del TFR, se ne snatura di conseguenza la funzione. Allora, non essendo una manovra utile alle imprese e che non aiuta nemmeno i lavoratori, Cui prodest?
Appare evidente che anche questa è l’ennesima operazione “a prova”, l’ennesima rotta a vista, che viene posta in essere nel tentativo di aumentare il gettito fiscale, da un lato, e di aumentare i consumi, dall’altro.
Orbene il primo obiettivo, con la corresponsione mensile del TFR maturato, appare auspicabilmente raggiungibile, anche se sorge ragionevolmente il dubbio di quante imprese riusciranno, nonostante tutti questi aggravi, a rimanere sul mercato.

Per quanto riguarda invece l’aumento dei consumi, i dubbi superano le certezze. Infatti, spesso si dimentica di quanto oggi la famiglia media italiana sia indebitata e pertanto tali interventi non fanno altro che ridurre i debiti, piuttosto che aumentare i consumi (vedi effetti bonus 80 euro).
Avrebbe avuto un senso completamente diverso se tale intervento non fosse stato rivolto ai lavoratori del comparto privato, ma bensì ai dipendenti pubblici; infatti, solo in quel caso, la manovra finanziaria ipotizzata avrebbe avuto il senso di una reale iniezione di liquidità nel mercato, senza appesantire ulteriormente il comparto produttivo del Paese.

Inoltre, sorgono notevoli dubbi sulla platea destinataria del beneficio: sembrerebbero esclusi sia quei dipendenti che, a seguito della riforma del 2007, hanno destinato il proprio TFR ad un fondo di previdenza complementare che coloro i quali, a causa del difficile momento storico, hanno sottoscritto un contratto di cessione dello stipendio.

Mantenendo l’idea di base proposta, cioè uno smobilizzo del TFR – o di parte di esso – maturato mensilmente con conseguente erogazione al lavoratore, perché non prevedere tale opzione per le sole aziende che ad ora sono obbligate a versare il Tfr accantonato mensilmente al fondo tesoreria Inps? Così facendo le aziende non avrebbero nessun aggravio dal punto di vista finanziario e lo Stato finanzierebbe i consumi, tramite una riduzione del gettito al fondo stesso. I lavoratori in forza presso i datori di lavoro che non ricadono nell’obbligo di versamento al fondo tesoreria continueranno ad avere la totalità del Tfr accantonato in azienda, utilizzabile quale strumento di autofinanziamento.

Ovviamente, operando così, la platea di soggetti che verranno investiti dalla novità si restringe ma, per converso, tale scelta lavorerebbe a bilanci invariati per le aziende. L’unico bilancio che varierebbe sarebbe quello dello Stato, coerentemente con le scelte del Governo di rilanciare i consumi. Non è più sostenibile proporre manovre che, con il nobile intento di far “ripartire l’economia”, chiedono alle aziende sempre un ulteriore sforzo.

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