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Archives for Regimi contabili

Passaggio da minimi a forfettario, quando è possibile?

Il passaggio da minimi a forfettario è consentito se sono trascorsi i cinque anni di permanenza nel regime dei minimi oppure se sia venuto meno uno dei requisiti previsti per la permanenza nel regime.

E’ quanto emerge dalla risposta all’interpello n. 907-10/2017 del 29 marzo 2017, fornita dalla DRE Veneto.

Passaggio da regime dei minimi a forfettario

Nello specifico l’interpello riguarda un contribuente che ha aperto la partita iva nel 2013, aderendo al regime dei minimi sino al 2016.

Nel 2017, pur rispettando tutti i requisiti di permanenza nel regime dei minimi, il contribuente manifestava la volontà di transitare nel regime forfettario, applicando la tassazione al 5% per il periodo che residuava al compimento dei cinque anni.

Cosa dice l’Agenzia delle Entrate

Il passaggio al regime forfettario era possibile in due casi:

  1. nell’anno di introduzione del regime forfettario era consentito il passaggio per quei contribuenti che al 31.12.2014 usufruivano di uno dei due regime agevolati all’epoca vigenti, tra cui il regime dei minimi
  2. l’Agenzia delle entrate, con le circolari nn. 10/2016 e 12/2016, stabiliva che le modifiche apportare al regime forfettario consentivano la revoca dei termini minimi di durata. Quindi, il contribuente che aveva nel 2015 optato per il regime ordinario o dei minimi, ha potuto revocare l’opzione e accedere al forfettario nell’anno 2016.

Al di fuori di queste due ipotesi, il contribuente che ha i requisiti per il regime dei minimi, non può transitare nel regime forfettario per l’anno 2017, essendo vincolato alla permanenza nel regime dei minimi per il quinquennio.

Per concludere, il transito al regime forfettario 2017 è consentito solo se sono trascorsi i cinque anni oppure se viene meno uno dei requisiti previsti di permanenza nel regime dei minimi.

Leggi anche il nostro approfondimento: Conviene il regime forfettario?

Per qualsiasi domanda puoi lasciare un commento all’articolo.

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Regime forfettario: cessioni intracomunitarie e dicitura in fattura

I contribuenti che aderiscono al regime forfettario ed effettuano cessioni di beni e prestazioni di servizi intracomunitarie devono seguire delle regole ben precise, stabilite dall’art. 58 della legge n. 190/2014.

In particolare, in caso di cessione di beni rese verso altri soggetti passivi IVA UE, il legislatore considera tale operazione non come operazione intracomunitaria bensì come cessione interna (ossia come se fosse avvenuta nel territorio dello Stato). Stessa cosa dicasi nel caso in cui la cessione di beni avvenga verso altro soggetto UE privato (ossia non soggetto passivo IVA).

Riguardo, invece, le prestazioni di servizi rese nei confronti di altro soggetto passivo IVA UE, si rendono applicabili gli art. 7-ter D.P.R. n. 633/1972 e seguenti. Ciò sta significando che, la prestazione resa ad un committente soggetto passivo IVA appartenente ad altro Stato UE si considera come un’operazione intracomunitari in “reverse charge” (inversione contabile). Se, invece, la prestazione di servizi è effettuata verso consumatori privati UE l’operazione, si considera assimilata ad una prestazione interna.

La fattura per i soggetti passivi UE – Come noto, il soggetto che opera nel regime forfettario, per le cessioni (di beni e servizi) effettuate sul territorio nazionale non deve operare la rivalsa dell’IVA in fattura (lett. a comma 58 Legge n. 190/2015) né esporre la ritenuta d’acconto. Nell’emettere le fattura egli deve riportare in calce alla stessa l’apposita dicitura al fine di rendere informato il committente del fatto che opera nel regime in esame. In particolare la dicitura da indicare per le cessioni interne è: “Operazione effettuata ai sensi dell’art. 1, commi da 54 a 89 della Legge n. 190/2014 non soggetta a ritenuta d’acconto ai sensi del comma 67 della Legge n. 190/2014 – Regime forfettario”.

Ne abbiamo già parlato in un precedente articolo: “Regime forfettario dicitura in fattura

Con riferimento alle cessioni di beni eseguite dal contribuente forfettario verso altro soggetto passivo IVA UE, poiché esse sono considerate “operazioni interne” si potrebbe essere indotti a ritenere che sia sufficiente indicare in fattura la sola dicitura prevista per le cessioni nazionali.

Tuttavia, nella Circolare n. 10/E/2016 l’Agenzia delle Entrate, espressamente precisa che per le cessioni di beni intraUe eseguite dal soggetto che opera in regime forfettario occorre riportare in calce alla fattura la seguente dicitura: “Non costituisce cessione intracomunitaria ai sensi dell’art. 41 c. 2-bis D.L. 331/93”. Nella Circolare, non è però specificato se è sufficiente riportare in fattura solo la predetta dicitura senza che sia riportata anche quella propria prevista per le operazioni nazionali.

È conseguenza logica ritenere che debbano essere, dunque, riportate entrambe, e ciò soprattutto per informare il committente che si tratta di una “cessione interna” (e non intracomunitaria) eseguita da un soggetto che non applica l’IVA poiché opera in un regime che non ne comporta la rivalsa. Qualora, infatti, fosse riportata la sola dicitura riferita al fatto che l’operazione non costituisce cessione intracomunitaria ai sensi dell’art. 41 c. 2-bis D.L. 331/93, il committente potrebbe essere indotto nell’errore d’integrare poi la fattura ricevuta con l’IVA nel proprio paese (inversione contabile).

In ogni caso, come previsto per le cessioni di beni sul territorio nazionale, anche per le cessioni di beni IntraUe, sulla fattura il contribuente forfettario deve assolvere l’imposta di bollo (2 euro) se l’importo è superiore a 77,47 euro.

Riguardi, invece, le cessioni di servizi rese dal soggetto forfettario ad un committente soggetto passivo IVA UE, poiché sono considerate operazioni intracomunitarie in reverse charge, occorre riportare sulla fattura la seguente dicitura: “Operazione eseguita ai sensi dell’art. 7-ter del D.P.R. n. 633/1972 – Inversione contabile” (o “Reverse Charge”).

In tal caso, per il motivo esattamente opposto a quello visto per le cessioni di beni, può ritenersi logico che il contribuente forfettario indichi nella fattura solo la predetta dicitura (infatti, indicando anche quelle propria prevista per i contribuenti forfettari, il committente potrebbe essere indotto nell’errore di non eseguire l’inversione contabile).

Sulle fatture emesse in reverse charge non si applica la marca da bollo di 2 euro (Circolare n. 37/E/06).

La fattura per i soggetti privati UE – Qualora, la cessione di beni IntraUe è effettuata nei confronti di soggetti privati si seguono le stesse regole previste per le cessioni effettuate verso gli operatori IVA UE, ma in tal caso può ritenersi sufficiente indicare la sola dicitura indicata nella Circolare n. 10/E (ossia “Non costituisce cessione intracomunitaria ai sensi dell’art. 41 c. 2-bis D.L. 331/93”).

Con riferimento alle prestazioni di servizi effettuate verso consumatori privati UE l’operazione si considera assimilata ad una prestazione interna e quindi può essere anche sufficiente indicare la sola dicitura propria del regime forfettario.

In entrambi i casi è necessario assolvere l’imposta di bollo di 2 euro se l’importo della fattura è superiore a 77,47 euro.

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Rimborso ritenuta d’acconto, ecco come funziona

Attualmente, i regimi fiscali agevolati in essere sono quello forfettario e quello dei minimi. Quest’ultimo è destinato a scomparire, poiché chi inizia l’attività da quest’anno, non può sceglierlo quale regime fiscale. Infatti, per chi inizia nel 2016 o negli anni a venire, il regime forfettario è l’unica agevolazione possibile.

Regime forfettario senza ritenuta

rimborso ritenuta d'accontoNonostante alcune diversità, ciò che in ogni caso accomuna i due regimi e l’esclusione dei ricavi/compensi percepiti dall’applicazione dell’IVA e il non assoggettamento degli stessi alla ritenuta d’acconto da parte del committente/sostituto d’imposta. Con riferimento a quest’ultimo punto, il contribuente che opera nel regime di vantaggio o forfettario rilascia al committente stesso un’apposita dichiarazione in cui gli comunica che opera in uno dei predetti regimi e che il compenso che gli verrà erogato non è soggetto alla relativa ritenuta d’acconto.

Ad ogni modo, il committente (sostituto d’imposta) dovrà comunque rilasciare al prestatore la certificazione unica in cui certificherà i ricavi/compensi corrisposti. Comunque su ogni fattura emessa occorre riportare la corretta dicitura senza esporre la ritenuta d’acconto (oltre che l’IVA), in modo tale che il committente non venga, comunque, indotto a versare la ritenuta vedendola in fattura. La dicitura corretta da indicare in fattura deve essere la seguente:

• “Compenso non assoggettato a ritenuta d’acconto ai sensi dell’art. 27 del D.L. n. 98/2011. Operazione effettuata da soggetto appartenente a regime fiscale di vantaggio per l’imprenditoria giovanile e per i lavoratori in mobilità di cui all’art. 27 commi 1 e 2 D.L. 98/2011” – (se il contribuente opera il regime di vantaggio);

• “Operazione effettuata ai sensi dell’art. 1, commi da 54 a 89 della Legge n. 190/2014 non soggetta a ritenuta d’acconto ai sensi del comma 67 della Legge n. 190/2014 – Regime forfettario” – (se il contribuente opera in regime forfettario).

Ritenute erroneamente subite

Tuttavia, a volte potrebbe capitare che, nonostante la dichiarazione rilasciata, il committente applichi comunque la ritenuta d’acconto con conseguente versamento. Ciò può essere ad esempio il caso della ritenuta dell’8% operata dalla banca/posta sui bonifici che l’impresa (operante in regime di vantaggio o forfettario) riceve per gli interventi di ristrutturazione o riqualificazione energetica eseguiti a favore di terzi soggetti.

Si ricorda, infatti, che un soggetto (contribuente) che esegue interventi di ristrutturazione edilizia o riqualificazione energetica ha diritto ad una detrazione fiscale in sede di dichiarazione dei redditi (50% e 65%) sulla spesa sostenuta e che tra le condizioni necessarie per fruire della detrazione vi è che il pagamento delle fatture all’impresa che effettua i lavori deve essere eseguito tramite bonifico bancario o postale.

Ora può accadere che l’impresa esecutrice dei lavori operi in regime di vantaggio o forfettario per cui:

• se il contribuente (committente) che esegue i lavori e che ha diritto alla detrazione è persona fisica non titolare di partita IVA, non si verifica alcun problema poiché questi non assume la veste di sostituto d’imposta (e dunque l’impresa esecutrice non applicherà la ritenuta d’acconto in fattura indipendentemente dal fatto che operi o meno in uno dei regimi agevolati);

• se il contribuente (committente) che esegue i lavori e che ha diritto alla detrazione è soggetto titolare di partita IVA, l’impresa esecutrice di lavori applicherà la ritenuta o non applicherà la ritenuta in fattura a seconda che operi in regime ordinario (applicherà la ritenuta) o in uno dei due regimi agevolati (non applicherà la ritenuta, per cui rilascerà la dichiarazione e inserirà la corretta dicitura in fattura).

Il problema si pone con la banca/posta in cui l’impresa esecutrice dei lavori ha il conto su cui transiterà il bonifico ricevuto a pagamento delle fatture emesse. Infatti, la normativa vigente, prevede che al momento del pagamento del bonifico, banche e Poste Italiane Spa devono operare una ritenuta a titolo di acconto dell’imposta sul reddito dovuta dall’impresa esecutrice dei lavori. Dal 1° gennaio 2015 la ritenuta è pari all’8%.

In altre parole, sulle somme ricevute a bonifico dalla ditta esecutrice dei lavori, la banca o la posta assumono la veste di sostituto d’imposta dovendo trattenere una ritenuta dell’8%. Pertanto, se l’impresa esecutrice dei lavori opera in regime di vantaggio o in regime forfettario deve rilasciare alla banca/posta l’apposita dichiarazione in cui gli chiede di non applicare la predetta ritenuta (l’impresa verso la banca non deve emettere alcuna fattura). Tuttavia, nonostante ciò potrebbe accadere che l’istituto comunque operi la ritenuta. Stessa cosa potrebbe accadere per le ritenute subite sulle indennità di maternità (si veda a tal proposito la Risoluzione n. 55/E del 5 agosto 2013 dell’Agenzia delle Entrate).

Recupero ritenuta d’acconto

Con riferimento alla predette ritenute erroneamente subite nel periodo d’imposta 2015, ad esempio dall’impresa esecutrice dei lavori operante in regime di vantaggio sui bonifici ricevuti per lavori di ristrutturazione edilizia eseguiti, è consentito il recupero nel Modello Unico 2016.

In particolare, l’impresa sarà interessata dalla compilazione del rigo RS40 e del rigo LM41.

Qualora la ditta esecutrice dei lavori ad esempio fosse titolare anche di altri redditi (si pensi ad esempio all’impiantista proprietario di vari appartamenti che sono in affitto), anziché scomputare le ritenute erroneamente subite direttamente dall’imposta sostitutiva (indicandolo, come visto in RS40 e poi LM41), potrebbe decidere di scomputarle dall’IRPEF dovuta (in tal caso le indicherà al rigo RS40 e al rigo RN33 in luogo del rigo LM41). Qualora, invece, non si dovesse procedere al recupero in sede di Modello Unico, è possibile percorrere la strada dell’istanza di rimborso da presentare all’Agenzia delle Entrate nelle modalità ordinarie. Le stesse strade di recupero previste per chi opera nel regime di vantaggio sono percorribili anche per chi opera in regime forfettario.

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