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Plusvalenza lease back come viene tassata?

La plusvalenza da sale & lease back concorre alla formazione del reddito d’impresa in base alla durata del contratto di leasing, in aderenza alle risultanze del conto economico.
E’ quanto ha chiarito l’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 77/E del 23 giugno scorso. La risoluzione, peraltro, rappresenta anche il primo intervento dell’Agenzia sul nuovo principio di derivazione rafforzata per i soggetti Oic.

Tassazione plusvalenza lease back

plusvalenza lease backIl tema nasce dalle modalità di contabilizzazione della plusvalenza derivante dal contratto di sale & lease back che, in base all’articolo 2425- bis del Codice civile, deve essere contabilmente ripartita lungo la durata del contratto di leasing di ritorno. Tale impostazione è coerente con la natura del contratto di lease back, nell’ambito del quale la plusvalenza conseguita dal cedente utilizzatore viene poi “bilanciata” da maggiori canoni addebitati dalla società di leasing.

Nonostante l’impostazione contabile, le Entrate hanno costantemente ritenuto che la plusvalenza da lease-back dovesse essere integralmente tassata nell’esercizio di realizzo (fatta salva la possibilità di rateizzazione in cinque esercizi), trattandosi formalmente di una «plusvalenza realizzata» che quindi ricade nella disciplina dell’articolo 86 del Tuir (risoluzione n. 237/E/2009 e circolare 38/E/2010). Ciò indipendentemente dalla natura finanziaria
del contratto di leaseback, stante la prevalenza dei criteri giuridico-formali per la determinazione del reddito
d’impresa e il principio di competenza fiscale stabilito nell’articolo 109, commi 1 e 2, del Tuir.

Nonostante le modalità di rappresentazione contabile del lease-back non siano cambiate con la riforma del bilanci, con la risoluzione 77/E le Entrate hanno rivisto la propria posizione alla luce della nuova formulazione dell’articolo 83 del Tuir.

Principio di derivazione rafforzata

L’articolo 83 del Tuir ha introdotto, per i soggetti che redigono il bilancio in base ai nuovi Oic, il cosiddetto principio di derivazione rafforzata, in base al quale rilevano ai fini fiscali i criteri di qualificazione, classificazione e imputazione temporale previsti dai principi contabili nazionali.

In applicazione di tale principio, pertanto, la plusvalenza realizzata mediante una operazione di lease-back, concorre alla formazione del reddito di impresa secondo i criteri di imputazione temporale previsti dall’articolo 2425-bis Cc, ovvero in correlazione con la durata leasing di ritorno.

Si tratta di una conclusione inevitabile, ma che assume importanza in quanto chiarisce per la prima volta la portata del nuovo principio di derivazione rafforzata.

In tale ottica è singolare notare che l’intervento delle Entrate riguarda una fattispecie le cui modalità di contabilizzazione non sono mutate per effetto dei nuovi principi contabili; quello che è cambiato, per effetto della
derivazione rafforzata, è il trattamento fiscale, che si allinea (finalmente) ai criteri di imputazione temporale previsti contabilmente, così come già avvenuto per i soggetti Ias.

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Accertamento legittimo se il reddito è più basso del mutuo

E’ valido l’accertamento quando la dichiarazione dei redditi del contribuente è troppo bassa rispetto al mutuo sulla prima casa. Ma non basta: è insufficiente per il cittadino giustificare il pagamento delle rate con delle donazioni da parte dei familiari.

Reddito basso cosa si rischia?

mutuo reddito bassoA questa interessante conclusione è giunta la Suprema corte di cassazione che, con l’ordinanza numero 15399 del 21 giugno 2017, ha accolto il ricorso presentato dall’amministrazione finanziaria facendo vacillare la certezza di molti che vedono nel finanziamento per l’acquisto del bene un modo per dribblare senza problemi l’accertamento.

A una decisione così innovativa gli Ermellini hanno applicato un principio ormai consolidato in virtù del quale hanno ribaltato la doppia pronuncia di merito pro contribuente.

Nelle motivazioni si legge infatti che l’accertamento con metodo sintetico, fondato su parametri e calcoli statistici qualificati, cosiddetto redditometro, dispensa l’amministrazione da qualunque ulteriore prova rispetto all’esistenza dei corrispondenti fattori-indice della capacità contributiva individuata in appositi decreti ministeriali, restando a carico del contribuente l’onere di dimostrare che il reddito presunto non esiste o esiste in misura inferiore.

Onere della prova a carico del contribuente

Pertanto, a fronte della corretta e non contestata applicazione dei fattori-indice, l’amministrazione finanziaria non ha ulteriori oneri, gravando sul contribuente l’onere di dimostrare, attraverso idonea documentazione, che il maggior reddito determinato o determinabile sinteticamente è costituito in tutto o in parte a titolo di imposta e la prova documentale sulla entità degli ulteriori redditi e sulla durata del loro possesso ha finalità di ancorare a fatti oggettivi di tipo quantitativo e temporale la disponibilità di detti redditi, per consentire la riferibilità della maggiore capacità contributiva accertata con metodo sintetico in capo al contribuente proprio a tali ulteriori redditi.

 

 

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Scomputo ritenute d’acconto senza certificazione: ecco come fare

Una delle cose più discusse per quanto riguarda i professionisti è, senza ombra di dubbio, l’opportunità di detrarre le ritenute subite anche se la certificazione da parte del sostituto d’imposta è assente. Sull’argomento ci sono diverse tesi.

Scomputo ritenute d’acconto senza certificazione è possibile?

Secondo la giurisprudenza dscomputo ritenute d'acconto senza certificazionei legittimità, non è possibile la sottrazione delle ritenute in assenza di certificazione.

Dall’altro lato, invece, giurisprudenza di merito e Amministrazione Finanziaria ritengono che, quando manca una certificazione  da parte del sostituto d’imposta, bisogna ricorrere a certificazioni alternative poiché pensano che sia legittimo sottrarre ritenute.

Più volte la Suprema Corte ha ribadito che il professionista, in assenza di certificazione, non può detrarsi le ritenute. Ma non solo. I diversi interventi giurisprudenziali viene chiarito che, in caso di assenza di certificazione, non è possibile sostituirla con equivalenti. Di diverso parere invece sono i giudici di merito e l’Amministrazione Finanziaria. Secondo i giudici di merito, è possibile sottrarre le ritenute subite anche se la certificazione del sostituto d’imposta è assente poiché ritengono che sia necessario attestare l’avvenuta ritenuta in capo al professionista.

La Ctp Brindisi n.106/2013 ha sancito che il contribuente può procedere con la detrazione delle ritenute subite solo nel caso in cui sia in grado di  dimostrare con sicurezza le somme che sono state trattenute.

Per quanto riguarda l’Amministrazione Finanziaria, all’interno della R.M. 68/E/2009, ha consentito l’uso di certificazioni alternative a quelle che sono rilasciate dal sostituto. Ne consegue quindi che il contribuente può procedere alla sottrazione delle ritenute a patto che  dimostri di aver subito la trattenuta.

Quali documenti conservare

La documentazione necessaria per dimostrare di aver ricevuto la trattenuta include la fattura e la documentazione bancaria in modo da attestare che le somme avute possano corrispondere al fatturato netto.

I documenti citati possono dimostrare in modo certo e inequivocabile di aver subito la trattenuta. C’è da dire comunque che le prove documentali dovranno essere accompagnate anche da una dichiarazione sostitutiva che possa provare che la documentazione prodotta si riferisce solo a una o più fatture.

Per l’Agenzia la dichiarazione sostitutiva ha un valore dimostrativo quanto la certificazione che viene rilasciata dal sostituto.

In poche parole quindi il professionista può sottrarre ritenute se fornisce una dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà, una copia della documentazione bancaria che attesti l’incasso che è stato conseguito e una copia di tutte le fatture in cui si deduce la ritenuta subita.

La detrazione delle ritenute non è possibile nel caso in cui non si ha la certificazione del sostituto d’imposta e se il pagamento è avvenuto in contanti.

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