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Archives for Agenzia delle Entrate

Spesometro 2017 Pubblica Amministrazione: le operazioni da comunicare

Con l’avvicinarsi della scadenza dell’invio dello spesometro per il primo semestre 2017, resta ancora qualche dubbio sulla corretta definizione del’ambito applicativo per le amministrazioni pubbliche e per gli enti non commerciali in genere.

Spesometro pubblica amministrazione

spesometro pubblica amministrazioneFino allo scorso anno, le Pubbliche amministrazioni, erano escluse dall’obbligo di comunicazione dello spesometro.

A partire dal 2017, non esiste più tale esclusione, ma rimangono alcuni particolari dai contorni ad oggi non così chiaramente definiti.

Con la circolare 1/E/2017 (punto 5.b) l’Agenzia delle Entrate ha chiaramente affermato che le amministrazioni pubbliche sono obbligate al nuovo adempimento esclusivamente per le fatture emesse diverse da quelle trasmesse in forma elettronica per il tramite del Sistema di interscambio (Sdi).

Specularmente, opera l’esclusione da obbligo di comunicazione per tutte le fatture elettroniche ricevute per il tramite del Sdi. Sul punto, però, la citata circolare sembra affermare una esclusione generalizzata stante l’obbligo di ricezione di sole fatture elettroniche, dimenticando che le Pa ricevono, dai fornitori esteri, anche fatture cartacee. In assenza di un ulteriore e specifica precisazione da parte dell’Agenzia, la lettera della norma obbliga ad includere nella comunicazione tali fatture, in quanto le stesse non possono essere acquisite tramite Sdi.

Non solo: vi potrebbero essere casistiche di fatture cartacee nazionali emesse anteriormente al 31 marzo 2015 e registrate nel 2017; poiché l’articolo 21 del Dl 78/2010 assume come riferimento la data di registrazione, anche tali fatture devono formare oggetto di comunicazione.

Operazioni istituzionali

Sorge, però, un’ulteriore problematica in considerazione del fatto che molte amministrazioni pubbliche (e gli enti non commerciali in genere) hanno, ai fini Iva, una sfera commerciale e una istituzionale. In tale contesto, occorre in primo luogo sottolineare che l’articolo 21 del Dl 78/2010 pone l’obbligo di comunicazione in capo ai «soggetti passivi». Nella sistematica Iva, il concetto di soggetto passivo Iva deve essere ricercato in relazione al configurarsi o meno del presupposto soggettivo agli articoli 4 e 5 del Dpr 633/1972. A fronte di ciò, la comunicazione delle fatture passive non elettroniche deve riguardare solo quelle relative alla sfera commerciale (e cioè gli acquisiti dell’ente in qualità di soggetto passivo Iva) e quelle promiscuamente riferite sia alla sfera commerciale che a quella istituzionale, con la conseguente esclusione delle fatture istituzionali.

La casistica più frequente oggetto di comunicazione è quella delle bollette doganali, degli acquisti intracomunitari di beni e degli acquisiti di servizi territoriali in Italia relativi per l’appunto alla sfera commerciale (compresi i promiscui). In proposito, non deve confondere il diverso concetto di «soggetto passivo» posto dall’articolo 7- ter, comma 2, del Dpr 633/1972 in ordine agli obblighi di assolvimento dell’Iva in Italia. In proposito, infatti, la sola titolarità di partita Iva in capo ad un ente non commerciale lo obbliga ad assolvere l’imposta in Italia; l’assolvimento, però, avviene in modalità diversa a seconda che l’acquisto sia «commerciale» o «istituzionale»: gli acquisti «istituzionali», a differenza di quelli «commerciali», non entrano nella dichiarazione annuale Iva né nelle comunicazioni trimestrali delle liquidazioni ex articolo 21-bis del Dpr 633/72 e non devono conseguentemente essere inclusi nella comunicazione dati fatture.

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Comunicazione liquidazione iva: in arrivo le segnalazioni di anomalia

Sono già in arrivo, tramite pec, le prime segnalazioni di anomalia che riguardano la trasmissione delle comunicazioni Iva trimestrali.
La comunicazione dettagliata è disponibile nel cassetto fiscale del contribuente.

Cosa contiene la comunicazione

comunicazione liquidazione ivaSi tratta essenzialmente di errori di compilazione del modello (es. indicazioni di crediti iva 2016 superiori a quelli comunicati in dichiarazione iva o di versamenti mancanti).

Queste comunicazioni nulla incidono sull’istituto del ravvedimento operoso, non essendo queste cause ostative ex art. 13, dlgs 472/1997. Il contribuente potrà quindi versare quanto dovuto o correggere gli errori senza tenere conto di tali segnalazioni.

Il ravvedimento operoso delle comunicazioni IVA trimestrali

La norma sulla comunicazione delle liquidazioni stabilisce infatti che, in caso di differenze tra il comunicato e il versato, l’Ufficio potrà emettere avvisi di liquidazione in relazione al solo eventuale mancato versamento, precludendo il ravvedimento, così, solo del versamento e non anche della trasmissione della comunicazione.

La presenza sistematica di differenze può innescare il meccanismo dell’art. 21-bis e quindi l’emissione di avvisi di liquidazione delle imposte: la prima conseguenza sarà il divieto di accedere al regime premiale del ravvedimento per quella violazione e in caso di mancato pagamento dell’avviso, l’iscrizione a ruolo dello stesso.

In caso di violazioni rilevate direttamente dall’Ufficio, questi dovrà applicare, qualora le omissioni o le infedeltà risultino plurime (per es. errato riporto del credito e differenza di versamento), il c.d. cumulo giuridico, così come previsto dall’art. 12, comma 1, dlgs 472/1997.

L’ufficio dovrà quindi irrogare la sanzione unica relativa alla violazione più grave (tenuto conto dei criteri sulla quantificazione contenuti nell’art. 7 del dlgs 472/1997), aumentata da un quarto al doppio.

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Fattura con iva e dichiarazione di intento, cosa fare?

Cosa succede nel caso l’esportatore abituale riceve fattura con Iva in presenza di dichiarazione di intento?

Secondo quanto stabilito dalla Ctp di Terni nella sentenza 121.01.17, depositata lo scorso 12 giugno, l’esportatore abituale non ha diritto alla detrazione dell’iva.

Emissione fattura con iva in presenza di dichiarazione di intento

fattura con iva e dichiarazione di intentoIl caso è quello di un esportatore abituale che, nonostante la presentazione della dichiarazione d’intento ha ricevuto da alcuni fornitori fatture con iva. Questo presentava richiesta di rimborso ma l’Ufficio considerava il credito non spettante, ritenendo i fornitori obbligati a fatturare senza applicazione dell’Iva ex articolo 8, comma 1, lettera c), del Dpr 633/1972.

La Ctp conferma tale tesi, prospettando le alternative della nota di variazione di cui all’articolo 26 del Dpr 633/1972 o del rimborso al fornitore dell’Iva versata in eccesso, salva la possibilità per il cliente di rivalersi civilisticamente sul primo.

Il ragionamento della Ctp poggia sull’insegnamento della Corte Ue (causa C-342/87), seguito dalla Cassazione (sentenza 12547/01), in base al quale la somma indicata in fattura non può qualificarsi come Iva se le operazioni sottostanti non rientrano nel campo di applicazione del tributo (perché effettuate da soggetto non passivo, oggettivamente escluse o non territoriali), se sono imponibili ad aliquota ridotta ovvero se esenti.

L’estensione di tali principi all’esportatore abituale non appare tuttavia ragionevolmente fondata. Quand’anche su opzione possa divenire non imponibile, l’operazione tra fornitore ed esportatore rientra oggettivamente nel campo
di applicazione dell’Iva. Il regime di “sospensione” non concretizza un’agevolazione in senso tecnico, ma continua a integrare pienamente i presupposti dell’imposta.

Negare il diritto alla detrazione in presenza di fattura emessa comunque con Iva creerebbe un’evidente asimmetria di trattamento rispetto ai casi in cui opera il meccanismo di addebito ordinario, ovvero qualora il contribuente non adotti il regime oppure, pur espressa l’opzione, il fornitore non abbia ancora ricevuto lettera di intento. Con conseguente violazione del principio di neutralità, centrale nel funzionamento del tributo, che esclude la detraibilità
dell’Iva erroneamente addebitata solo qualora non vengano integrati i presupposti impositivi o sia dovuta un’aliquota inferiore o l’operazione sia esente.
Oltretutto l’addebito dell’Iva nonostante l’invio della dichiarazione d’intento non genera danno per l’Erario, causando invece un’esposizione finanziaria all’esportatore.

Negare il diritto alla detrazione pregiudicherebbe la stessa ratio del regime di acquisto “in sospensione” che opera quale mera anticipazione del recupero dell’Iva altrimenti garantito, in via ordinaria, tramite la detrazione o il rimborso.

Escludere la detrazione presuppone peraltro l’obbligo del fornitore di adeguarsi all’opzione manifestata dal cliente, potendo emettere solo fatture non imponibili.

In difetto di sanzioni specifiche, se il fornitore non è punibile quando fattura “erroneamente” con Iva non si vede perché l’Iva addebitata non debba essere recuperabile. Se è vero che neutralità, effettività e non discriminazione
non ostano a una normativa che legittimi soltanto il fornitore a chiedere il rimborso di quanto indebitamente versato a titolo di Iva, circoscrivendo il rimedio per il destinatario della cessione o prestazione alla ripetizione civilistica nei confronti della controparte (Corte Ue, causa C-35/05), qualora ciò divenga impossibile o eccessivamente difficile
gli Stati devono prevedere strumenti per consentire al destinatario di recuperare l’imposta indebitamente fatturata.
Sotto tale profilo, l’effettività delle misure di tutela individuate dalla Ctp potrebbe apparire manchevole posti il breve termine per la variazione ex articolo 26 del Dpr 633/1972 e i costi e la durata del processo civile. Parrebbe più in linea con i principi unionali consentire la detrazione dell’Iva “erroneamente” fatturata laddove non vi sia alcun rischio di perdita di gettito.

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