capitali all'estero non dichiaratiSi è avuto ieri un incontro tra il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni e la consigliera federale elvetica, Eveline Widmer-Schlumpf. Tema dell’incontro è stato un accordo tra Italia e Svizzera sui capitali esportati illegalmente all’estero.
La speranza è quella che si arrivi ad un accordo entro maggio. Ma quali sono gli ostacoli?

E’ da tempo ormai che si cerca di trovare un accordo con la federazione elvetica. Ci ha provato invano anche il governo Monti, sulla base di uno sistema chiamato Schema Rubik.
Cosa prevede lo Schema Rubik?
In sostanza, secondo tale schema, chi ha soldi in Svizzera può lasciarli dove sono, senza dichiararli, ma deve rinunciare al segreto bancario, permettendo alle banche svizzere di comunicare qualsiasi dato se richiesto dal paese di residenza.

Chi persegue questa scelta corre il reale pericolo di finire prima o poi sotto la lente del fisco. L’ alternativa è quella di conservare il segreto bancario pagando una tassa patrimoniale.
Peccato, però, che lo schema Rubik sia ormai superato. Infatti, da gennaio scorso, il governo Letta ha infatti approvato una sorta di nuovo scudo fiscale, anche se così non si chiama.
Parliamo della cosidetta “voluntary disclosure”, una specie di autodenuncia, dove vengono indicate tutte le attività finanziarie detenute al di fuori dall’Italia. Si pagano le tasse non versate beneficiando di riduzioni sulle sanzioni.

Se i capitali sono detenuti in un paese della cosidetta “white list” (cioè uno stato che ha firmato accordi con l’Italia per lo scambio di informazioni fiscali), la sanzione viene ridotta alla metà. Se invece il paese è incluso nella black list (cioè non autorizza lo scambio di informazioni come la Svizzera), allora le sanzioni vengono ridotte di un quarto.

Mentre l’Agenzia delle Entrate lavora in una certa direzione, predisponendo la documentazione per aderire a questa sanatoria sul rientro di capitali, Saccomanni dichiara come un eventuale accordo con la Svizzera non potrà essere “peggiorativo” delle leggi attualmente in vigore o addirittura in contrasto con le norme che già esistono in Italia.

Il nocciolo della questione è il segreto bancario. Su cosa si baserà un eventuale accordo Italia-Svizzera visto che le autorità elvetiche hanno voluto da sempre conservare gelosamente il segreto bancario?

Secondo il tributarista dello studio Legalitax, anche nell’ipotesi di un accordo, c’è comunque un altro fattore da non tralasciare: il rischio che le banche svizzere siano spinte a spostare i capitali verso le proprie filiali situate in altri paradisi fiscali. Aspetto da non ignorare, differentemente il percorso contro la lotta all’evasione all’estero resterà sempre in salita.