Il lavoratore autonomo, sia esso imprenditore o professionista, crescendo ha spesso bisogno di aiuto e può, a tal fine, scegliere fra una gamma notevole di soluzioni fra cui, quella di rivolgersi a familiari o al coniuge.

L’impresa familiare

assunzioniL’impresa familiare è disciplinata dall’articolo 230 bis del Codice civile secondo cui «salvo che sia configurabile un diverso rapporto, il familiare che presta in modo continuativo la sua attività di lavoro nella famiglia o nell’impresa familiare ha diritto al mantenimento secondo la condizione patrimoniale della famiglia e partecipa agli utili dell’impresa familiare ed ai beni acquistati con essi nonché agli incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento, in proporzione alla quantità e qualità del lavoro prestato».

All’impresa familiare, quindi, possono partecipare il coniuge dell’imprenditore, i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo, prestando il proprio lavoro in modo continuativo, non occasionale, e in misura prevalente rispetto ad altre attività eventualmente svolte all’esterno. Il familiare ha diritto alla partecipazione agli utili in proporzione alla qualità e alla quantità del lavoro prestato, sotto il profilo fiscale, però, la partecipazione complessiva agli utili da parte dei familiari non può superare il 49% del totale (articolo 5, comma 4 Tuir).

Svolgendo attività continuativa nell’impresa il collaboratore familiare deve essere assicurato contro gli infortuni sul lavoro e deve essere iscritto alla Gestione pensionistica alla quale è riconducibile il titolare dell’impresa, vale a dire la gestione previdenziale degli artigiani o dei commercianti.
Sono, infatti, obbligate all’iscrizione alle gestioni:
– i titolari e i contitolari dell’impresa in possesso dei requisiti previsti dalle singole Gestioni;
– i familiari collaboratori (coadiuvanti) che prestano abitualmente e prevalentemente attività nell’impresa.
Peraltro, i contributi previdenziali sono direttamente corrisposti dal titolare dell’impresa familiare. La nuova legge sulle unioni civili e sulle convivenze (76/2016) aggiunge al Codice civile l’articolo 230-ter, che riconosce particolari diritti al convivente “di fatto” che lavora all’interno dell’impresa, ivi compresa la partecipazione agli utili

I rapporti di collaborazione

A questa tipologia contrattuale si può fare ricorso quando la prestazione lavorativa sia resa dal collaboratore con modalità dallo stesso determinate, seppure con un inserimento funzionale nell’organizzazione del committente. Il reddito erogato al collaboratore coordinato e continuativo è assimilato a quello di lavoro subordinato, pertanto sono riconosciute, se spettanti, le detrazioni di imposta e sul compenso erogato deve essere effettuata la ritenuta d’acconto. Prima dell’inizio della prestazione è obbligatoria la comunicazione telematica al centro per l’impiego ed entro trenta giorni dal primo pagamento del corrispettivo il collaboratore deve essere iscritto alla Gestione separata del lavoro autonomo, presso l’Inps. La contribuzione è pari al 31,72%, ridotta al 24% se il lavoratore è iscritto anche a un’altra forma previdenziale oppure è un pensionato. Un terzo è posto a carico del collaboratore.

Il lavoro accessorio

L’imprenditore o il professionista può retribuire con i voucher prestazioni di lavoro “accessorio” entro un limite di 2.000 euro netti annui, intendendo per tali le prestazioni che il soggetto interessato rende, con riferimento alla totalità dei committenti, entro un limite massimo complessivo annuo di 7.000 euro. I buoni hanno un valore nominale di 10 euro, di cui 7,50 vanno al prestatore d’opera e la differenza copre l’assicurazione presso l’Inail, la contribuzione alla Gestione separata del lavoro autonomo e il compenso al fornitore dei buoni.

È importante evidenziare che, a seguito delle modifiche introdotte dal decreto legislativo correttivo del Dlgs 81/2015, almeno 60 minuti prima dell’inizio della prestazione l’utilizzatore deve comunicare alla sede territoriale dell’Ispettorato nazionale del lavoro, mediante sms o posta elettronica, dati anagrafici o codice fiscale del lavoratore, indicando, il luogo, il giorno e l’ora di inizio e di fine della prestazione. In caso di violazione di questo obbligo si applica la sanzione amministrativa da 400 a 2.400 euro in relazione a ciascun lavoratore per cui è stata omessa la comunicazione. Resta ferma la comunicazione all’Inps che consente il successivo pagamento dei buoni al lavoratore

Il lavoro subordinato

È del tutto ovvio che l’imprenditore o il professionista possono accedere a qualsivoglia tipologia di lavoro subordinato, salvo che vi siano espresse limitazioni o vincoli. In ogni caso deve essere tenuto presente che la scelta comporta un serie di obblighi, sia formali che sostanziali. L’inizio del rapporto di lavoro deve, di regola, essere comunicato preventivamente alla pubblica amministrazione tramite il sistema telematico del ministero del Lavoro (cliklavoro), così come prima di tale inizio deve essere aperta la posizione assicurativa presso l’Inps, a seconda del rischio lavorativo a cui è soggetto il prestatore d’opera.

Più tempo c’è invece, per l’apertura della posizione contributiva presso l’Inps ma l’adempimento deve essere messo in essere prima della scadenza dell’obbligo contributivo il 16 del mese successivo a quello in cui è stata erogata la prima retribuzione. Nel frattempo deve essere attivato il libro unico del lavoro (Lul) nel quale registrare, con modalità informatiche, le presenze, le assenze, la retribuzione e le relative trattenute previdenziali e fiscali. Peraltro, giova rammentare che il Lul deve essere tenuto anche per i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa soggetti, come i rapporti di lavoro subordinato, alle denunce contributive periodiche ed annuali come i rapporti di lavoro dipendente.

La misura dei contributi varia a seconda del settore di inquadramento del datore di lavoro e del numero dei dipendenti, ed una quota è posta a carico del lavoratore. Il ritardo nel versamento dei contributi comporta l’applicazione delle sanzioni civili rapportate alla durata del ritardo, fermo restando che il mancato versamento della trattenuta operata sulla retribuzione del lavoratore costituisce violazione penale se supera i diecimila euro annui.

Maxi sanzione per il lavoro “in nero”

In caso di impiego di lavoratori subordinati senza la preventiva comunicazione di instaurazione del rapporto di lavoro (con la sola esclusione del datore di lavoro domestico), si applica la seguente sanzione amministrativa pecuniaria:
– da 1.500 a 9.000 euro per ciascun lavoratore irregolare, se l’impiego del lavoratore non supera i 30 giorni di lavoro effettivo;
– da 3.000 a 18.000 euro per ciascun lavoratore irregolare, in caso di impiego del lavoratore da 31 e sino a 60 giorni di lavoro effettivo;
– da 6.000 a 36.000 euro per ciascun lavoratore irregolare, in caso di impiego del lavoratore oltre i 60 giorni di lavoro effettivo.

Le sanzioni sono aumentate del 20% in caso di impiego di lavoratori stranieri privi del permesso di soggiorno, o con il permesso scaduto e non rinnovato, o di minori in età non lavorativa.
In caso di sanzione ordinaria gli ispettori emettono diffida a regolarizzare la posizione con il pagamento della sanzione nella misura minima e con la stipula di un contratto di lavoro subordinato per i lavoratori irregolari in forza, a tempo indeterminato anche part-time purché la riduzione dell’orario di lavoro non sia superiore al 50% dell’orario a tempo pieno, oppure a tempo pieno e determinato di durata non inferiore a tre mesi. In ogni caso è richiesto il mantenimento in servizio per almeno tre mesi.
La prova della avvenuta regolarizzazione e del pagamento delle sanzioni, dei contributi e premi previsti deve essere fornita entro il termine di 120 giorni dalla notifica del relativo verbale.

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